Russia – la questione nazionale

 

Russia: la questione nazionale

Il seguente documento è la traduzione italiana dell’articolo di Vladimir Putin, apparso in lingua russa sul quotidiano “Izvestija” il 23 gennaio 2012.

 

Per la Russia, con la sua varietà di lingue, tradizioni, etnie e culture, la questione nazionale riveste senza alcun dubbio un’importanza essenziale. Ogni politico responsabile, ogni figura pubblica deve tener conto che l’armonia civile e interetnica è una delle condizioni fondamentali per l'esistenza stessa del nostro Paese.

Sappiamo che cosa sta succedendo nel mondo, quali gravi rischi si stanno accumulando. La realtà di oggi è caratterizzata dalla crescita di tensioni etniche e confessionali. Il nazionalismo e l'intolleranza religiosa servono da base ideologica per i gruppi e i movimenti più radicali, indebolendo e distruggendo gli Stati, creando spaccature all’interno delle società.

Gli enormi flussi migratori – destinati con ogni probabilità ad aumentare ulteriormente – sono già definiti come una nuova «grande migrazione dei popoli», in gradi di cambiare il consueto modo di vita e l’immagine di interi continenti. Milioni di persone in cerca di una vita migliore lasciano le regioni che soffrono per la fame e per conflitti di gravità cronica, per povertà e per mancanza d’organizzazione sociale.

Anche i Paesi più sviluppati, che un tempo andavano fieri della propria tolleranza, si sono trovati ad affrontare «l’aggravarsi della questione nazionale». Oggi si assiste al progressivo riconoscimento di insuccesso rispetto ai tentativi di integrare nella società gli elementi allogeni e di garantire una convivenza armoniosa e pacifica tra le diverse culture, le diverse religioni e i diversi gruppi etnici.

La «pentola» dell’ assimilazione fumeggia e giunge ad ebollizione, incapace di contenere e «cuocere» i crescenti flussi migratori. In politica tale tendenza si riflette nel fenomeno del «multiculturalismo», che nega l'integrazione propugnando l'assimilazione. Viene assolutizzato il «diritto delle minoranze ad essere diverse», un diritto che non è tuttavia controbilanciato dalla prescrizione di rispettare obblighi civili, culturali e comportamentali in relazione alla popolazione locale e alla società nel suo insieme.

In molti Paesi vanno costituendosi comunità religiose e nazionali chiuse in sé stesse, che rifiutano non solo l’assimilazione, ma anche forme minime di adattamento. Esistono interi quartieri e persino intere città in cui più generazioni di immigrati vivono di sussidi pubblici e non parlano la lingua del Paese ospitante. La reazione della popolazione locale ad un tale comportamento si manifesta nella crescita di sentimenti xenofobi e in tentativi di difendere con fermezza i propri interessi, il proprio lavoro e le garanzie sociali dai «concorrenti stranieri». Le persone sono spesso spaventate dalla pressione aggressiva nei confronti delle loro tradizioni e del loro abituale modo di vita, temendo seriamente di perdere la propria identità nazionale.

Politici europei di tutto rispetto iniziano a parlare del fallimento del «progetto multiculturale» ma per mantenere le loro posizioni sfruttano la «carta nazionale», passando dalla parte di coloro che in precedenza erano considerati gruppi marginali e radicali. Le forze estremiste, a loro volta, acquisiscono sempre più peso e puntano con decisione ai vertici dello Stato. In pratica ci si volge all’idea di un’assimilazione forzata nel quadro di una «tolleranza zero» e di un sensibile inasprimento della politica migratoria. I rappresentanti di culture altre saranno così destinati a «dissolversi nella maggioranza» oppure a rimanere una minoranza isolata, pur se tutelata da una serie di diritti e garanzie. Nei fatti ciò significa la privazione di un lavoro dignitoso e di una carriera di successo. Ritengo di affermare senza reticenze che da un cittadino messo in tali condizioni difficilmente ci si può aspettare lealtà nei confronti del proprio Paese.

Il fallimento del «progetto multiculturale» implica la crisi del modello stesso di Stato nazionale, formatosi storicamente sulla base dell’identità etnica. È una sfida seria con cui si trovano a fare i conti sia l’Europa che diverse altre regioni del mondo.

La Russia come «Stato storico»

A dispetto di un’apparente somiglianza la nostra situazione è fondamentalmente diversa da quella europea. I nostri problemi nazionali sono direttamente correlati al crollo dell'Unione Sovietica e – su un piano storico più ampio – a quello della grande Russia, formatasi nel XVII secolo. Tale crollo ha portato al decadimento delle istituzioni pubbliche, sociali ed economiche, nonché a un enorme divario nello sviluppo sul territorio della ex Unione Sovietica.

Dopo aver proclamato vent’anni fa il principio di sovranità, gli allora  deputati della RSFSR, nella foga della lotta contro il Centro, hanno avviato il processo di formazione degli «Stati nazionali», anche all'interno della Federazione Russa. Il Centro, a sua volta, per mettere pressione sugli avversari ha cominciato a mettersi d’accordo dietro le quinte con gli autonomisti russi, promettendo di promuovere il loro status nazionale e statale. Oggi tutti i protagonisti di quei processi si accusano a vicenda, ma l’unica cosa evidente è che le azioni di ambo le parti hanno condotto alla disgregazione e al separatismo. Essi non hanno avuto né il coraggio, né la responsabilità, né la volontà politica per difendere con coerenza e convinzione l'integrità territoriale della Patria.

Ciò che non hanno capito i propugnatori della «concezione della sovranità» è stato invece molto rapidamente inteso da tutti gli altri, anche oltre i confini russi. E le conseguenze non si sono fatte attendere.

Con il crollo del Paese ci siamo trovati sull’orlo, ed in alcune regioni anche ben oltre l’orlo, di guerre civili su base etnica. Attraverso un enorme dispiegamento di forze e tante vittime siamo stati in grado di spegnere i focolai di guerra, ma ciò ovviamente non significa che il problema sia stato definitivamente risolto.

Ad ogni modo, anche nel momento in cui lo Stato come istituzione si è indebolito la Russia non è scomparsa. È accaduta la stessa cosa che Vasilij Ključevskij ha scritto riferendosi al periodo dei Torbidi: «allorché vennero meno le colonne portanti dell’ordine pubblico, fu la volontà morale del popolo a salvare il Paese»[i].

In questo senso la nostra Festa del 4 novembre, il Giorno di Unità Nazionale, che alcuni superficialmente chiamano «il Giorno della vittoria sui Polacchi», in realtà è «il Giorno della vittoria su sé stessi», sul conflitto interno, quando tutti i ceti e tutte le etnie si sono uniti in un unico Popolo. Tale Festa può essere considerata la celebrazione del giorno di nascita della nostra nazione civile.

La Russia storica non è uno Stato etnico ma neppure un melting pot all’americana, dove in un modo o nell’altro tutti sono migranti. La Russia è emersa e si è evoluta nel corso dei secoli come uno Stato plurinazionale. Uno Stato nel quale si è sviluppato un processo continuo di incontro reciproco e mescolanza dei popoli sul piano della costituzione di famiglie, di relazioni di amicizia, di rapporti di lavoro. Centinaia di gruppi etnici vivono sul proprio territorio insieme e accanto ai Russi. L’esplorazione e la valorizzazione di enormi territori, che ha contrassegnato tutta la storia russa, è stata un’azione congiunta di una pluralità di nazioni. Basti ricordare che gli Ucraini etnici vivono adesso su tutto il territorio dai Carpazi alla Kamčatka, così come Tatari, Ebrei, Bielorussi...

Una delle prime opere filosofico-religiose russe, il Discorso sulla Legge e sulla Grazia[ii], respinge l’idea stessa di «popolo eletto» e predica l’uguaglianza di tutti davanti a Dio. Nella Cronaca degli anni passati[iii], invece, il carattere plurinazionale dell’antica Rus’ è descritto così: «Chi parla la lingua slava nella Rus’ sono: Poliani, Drevljani, Novgorodiani, Polociani, Dregovici, Severjani, Bužane. Ma gli altri popoli sono: Ciudi, Merja, Ves’, Muroma, Ceremissi, Mordvini, Perm’, Pečera, Jam’, Litvi, Kors’, Narova, Livy – essi parlano le loro lingue».

Proprio su questo carattere speciale che contraddistingue la statualità russa Ivan Il’in ha scritto: «Non sradicare, sopprimere e soggiogare il sangue straniero, non strangolare la vita straniera o eterodossa, ma dare a tutti il respiro, una grande Patria... riunire e riconciliare tutti, consentire a ciascuno di pregare a suo modo, lavorare secondo le proprie abitudini, coinvolgere tutti i migliori da ogni contrada del Paese per l’edificazione dello Stato e della cultura»[iv].

Il perno, il tessuto connettivo di questa civiltà unitaria è il popolo russo, la cultura russa. Un tessuto che i vari provocatori ed i nostri avversari cercheranno di strappare dalla Russia, appellandosi a discorsi mistificanti sul diritto dei Russi all’autodeterminazione, sulla «purezza razziale», sulla necessità di portare a termine il compito del 1991 e finalmente «distruggere l'impero, che vive sulle spalle del popolo russo», sospingendo in ultima analisi il popolo ad annientare la Patria con le sue stesse mani.

Sono profondamente convinto che l'idea di costruire uno stato russo «nazionale» monoetnico sia in contraddizione con tutta la nostra storia millenaria. Inoltre, essa rappresenterebbe il percorso più breve alla distruzione del popolo russo e dello Stato russo, così come di qualsiasi stato sovrano sulla nostra terra.

Quando la gente comincia a gridare: «Basta mantenere il Caucaso» , basta aspettare un po’  perché domani facciano seguito altri appelli: «Basta mantenere la Siberia, l'Estremo Oriente, la regione della Volga e dell’Ural, Mosca... » Proprio con questa logica agivano coloro che hanno portato l'Unione Sovietica al collasso. Per quanto riguarda invece la famigerata autodeterminazione nazionale – sulla quale nella lotta per il potere e per i dividendi geopolitici hanno speculato politici di diversa estrazione (da Vladimir Lenin a Woodrow Wilson) – il popolo russo si è autodeterminato già da tempo. L'autodeterminazione del popolo russo è una civiltà multietnica, tenuta insieme dal nucleo culturale russo. Una scelta che  il popolo russo ha confermato in tante occasioni, e non con plebisciti e referendum, bensì con il sangue versato in tutta la sua storia millenaria.

Un codice culturale comune

L’esperienza di sviluppo dello Stato russo ha un carattere assolutamente peculiare. Siamo una società plurinazionale ma nello stesso tempo siamo un popolo unito. Questo rende il nostro Paese complesso e sfaccettato, da ciò derivano enormi possibilità di sviluppo in molti settori. Nondimeno, se una società multinazionale si lascia contagiare dai bacilli del nazionalismo perde forza e resistenza. Dobbiamo renderci conto a quali gravi conseguenze conduce la connivenza con i tentativi di incitamento all’odio razziale, all’odio verso le persone di un'altra cultura e un'altra religione.

La pace civile e la concordia interetnica non viene stabilita una volta e congelata per sempre. Al contrario, essa è sempre una dinamica, è un dialogo costante. Si tratta di un lavoro scrupoloso da parte dello Stato e della società, un lavoro che richiede decisioni molto delicate, una politica saggia ed equilibrata che sia capace di garantire «l’unità nella diversità». È necessario non solo rispettare obblighi reciproci, ma anche trovare valori comuni. I popoli non possono essere forzati a vivere insieme, né possono convivere secondo «rapporti di convenienza», coabitando sulla base di un freddo calcolo di costi e benefici. Questi «rapporti» funzionano bene solo in periodi di tranquillità, ma in momenti di crisi cominciano presto a indirizzarsi nella direzione opposta.

La certezza che siamo in grado di garantire lo sviluppo armonioso di una comunità «policulturale»[v] si base sulla nostra cultura, sulla nostra storia, sul nostro tipo di identità. Si può ricordare che molti cittadini sovietici, trovandosi all'estero, definivano sé stessi «Russi» perché si consideravano Russi indipendentemente dall'appartenenza etnica. Un altro fatto interessante è che i Russi etnici, pur essendo numericamente significativi, in nessun luogo, in nessun tempo ed in nessuna ondata di emigrazione sono mai giunti a costituire una diaspora nazionale stabile. Proprio per questo nel nostro patrimonio identitario è racchiuso un codice culturale diverso.

Il popolo russo è l’elemento che dà origine allo Stato. Tale fatto è dimostrato dall'esistenza stessa della Russia. La grande missione russa è quella di unire e tenere insieme la civiltà. La lingua, la cultura e quella «capacità di immedesimazione universale» – secondo la celebre definizione di Fëdor Dostoevskij – è il collante per tenere uniti gli Armeni russi, gli Azeri russi, i Tedeschi russi, i Tatari russi in uno Stato-civiltà all’interno del quale non vi sono autentiche minoranze etniche e la distinzione tra «noi» e «gli altri» è definita dalla cultura e dai valori comuni.

Questa identità di civiltà si basa sul mantenimento della dominante culturale russa, che è condivisa non soltanto dai Russi etnici, bensì da tutti coloro che se ne fanno portatori, indipendentemente dalla nazionalità. Ed è proprio questo il codice culturale che negli ultimi anni è stato messo a dura prova. Malgrado i numerosi tentativi di distruggerlo, esso è rimasto vivo, ma sicuramente ha bisogno ancora di essere alimentato, rafforzato e salvaguardato.

Un ruolo molto importante per il raggiungimento di tale obiettivo pertiene all’istruzione. La varietà dell’istruzione e la possibilità di scegliere i programmi educativi costituisce un nostro indubbio successo. Una tale varietà dovrebbe però essere basata su valori solidi, conoscenze di base e visioni del mondo. Il compito civile del sistema di istruzione è quello di offrire a ciascuno quell’insieme assolutamente necessario di conoscenze umane su cui si fonda la coscienza identitaria del nostro popolo. In primo luogo, nel sistema d’istruzione andrebbe rivalutato e riqualificato il ruolo di discipline quali la lingua russa, la letteratura russa e la storia patria, tenendo naturalmente conto della ricchezza delle tradizioni e delle culture nazionali.

In alcune delle più importanti università americane negli anni Venti del secolo scorso si formò il movimento per lo studio del canone culturale occidentale. Ogni studente che si rispetti doveva leggere 100 libri di una lista speciale. In alcune università negli Stati Uniti tale tradizione è stata conservata sino ad oggi. La nostra nazione è sempre stata una nazione di lettori. Sarebbe utile anche per noi fare un sondaggio presso tutte le nostre autorità culturali e stilare una lista di 100 libri che dovrebbe leggere ogni studente diplomatosi nella scuola russa; libri non studiare a scuola, bensì proprio da leggere autonomamente. E poi potremmo proporre come esame di licenza una composizione sui temi di tali letture oppure almeno dare ai giovani l'opportunità di dimostrare le loro conoscenze e di esprimere la propria opinione nei concorsi e nelle competizioni.

La politica dello Stato nell’ambito della cultura dovrebbe formulare richieste coerenti. Strumenti quali la televisione, il cinema, Internet e la cultura di massa in generale formano l'opinione pubblica e la socialità, impongono norme e modelli di comportamento.

Ricordiamoci come Hollywood è riuscita a formare la coscienza di diverse generazioni di cittadini americani, riuscendo a introdurre anche valori non esecrabili – dal punto di vista degli interessi nazionali e della morale pubblica. In questo ambito c’è molto da imparare.

Ci tengo a sottolineare che nessuno mette in discussione la libertà creativa, né che stiamo  parlando di censura oppure dell’imposizione di una «ideologia di governo», ma del fatto che Stato ha il diritto e il dovere di indirizzare i propri sforzi e le proprie risorse per risolvere coscientemente i compiti ed i problemi sociali, ivi compresa la formazione di una concezione del mondo che tenga unita la nazione.

Nell’immaginario di tante persone del nostro Paese non è ancora terminata la guerra civile,  il passato è estremamente politicizzato e tempestato da slogan ideologici (spesso peraltro intesi da persone diverse in modi persino opposti), ragion per cui abbiamo bisogno di una delicata terapia culturale. La nostra politica culturale dovrebbe formare una comprensione unitaria del processo storico a tutti i livelli, dai libri di scuola alla documentaristica storica. Così i rappresentanti di tutti i gruppi etnici, nonché i discendenti dei «commissari rossi» o degli «ufficiali bianchi» potranno trovare posto che spetta loro nella storia, sentendosi eredi della grande Storia Russa: una storia magari controversa e tragica, ma unica per tutti.

Abbiamo bisogno di una strategia di politica nazionale basata sul patriottismo civile. Ciascun abitante del nostro Paese non deve certo dimenticare la propria fede e l’etnia cui appartiene, ma dovrebbe prima di tutto essere un cittadino della Russia e sentirsi fiero di esserlo. Nessuno ha il diritto di considerare le particolarità nazionali e religiose più importanti delle stesse leggi dello Stato. A loro volta, tuttavia, le leggi dello Stato dovrebbero prendere in considerazione le particolarità nazionale e religiose.

Credo che nel Governo Federale sia necessario costituire una struttura speciale responsabile dello sviluppo nazionale, del benessere delle diverse nazionalità, dell'interazione tra i gruppi etnici. Oggi tali questioni sono di competenza del Ministero dello Sviluppo regionale, ma in ragione della quantità di problemi correnti da risolvere esse passano in secondo e finanche in terzo piano: tale situazione abbisogna di un cambiamento.

La struttura di cui abbiamo bisogno non è un’ordinaria istituzione pubblica. Essa dovrebbe configurarsi piuttosto come un organo collegiale che interagisca direttamente con il Presidente e con i rappresentanti del Governo e che disponga di poteri considerevoli. La politica nazionale non può essere gestita e attuata esclusivamente negli uffici dei funzionari. Dovremmo coinvolgere nella discussione e nella formazione di tale politica anche le associazioni nazionali e sociali.

Naturalmente contiamo su una partecipazione attiva a questo dialogo da parte delle religioni tradizionali della Russia. Con tutte le loro differenze e peculiarità, l’ortodossia, l’islam, il buddismo e l'ebraismo sono basati su valori morali e spirituali comuni: misericordia, altruismo, verità, giustizia, rispetto per gli anziani, ideali della famiglia e del lavoro. Tali sistemi di valori sono insostituibili e vanno perciò sostenuti e rafforzati.

Sono altresì convinto che lo Stato e la società debbano accogliere e sostenere l’operato delle religioni tradizionali della Russia nel sistema di istruzione, nell’ambito sociale, nelle Forze Armate, senza per questo rinnegare la laicità del nostro Stato.

 

La politica nazionale ed il ruolo delle forze dell’ordine

I problemi sistemici della società si rivelano molto spesso proprio nelle tensioni inter-etniche. Bisogna sempre tenere a mente che c'è una correlazione diretta tra i problemi sociali ed economici non risolti, le manchevolezze della legislazione, l’inefficienza del governo, la corruzione ed i conflitti su base etnica. Se analizziamo tutti gli scontri interetnici recentemente verificatisi quasi sempre troviamo questa miscela: così nei casi di Kondopoga, di Sagra, di Piazza del Maneggio. Tali casi rappresentano un’acuta reazione alla mancanza di giustizia, all’irresponsabilità e all'immobilismo dei singoli rappresentanti dello Stato. Le persone non credono nell’uguaglianza davanti alla legge e nella certezza della pena per i criminali, ma sono al contrario persuase della corruzione di tutto il sistema e convinte che non vi sia giustizia alcuna.

Quando si verifica una violazione di diritti nei riguardi di cittadini di etnia russa all’interno del Paese – ed in particolare nei territori storicamente abitati dai Russi – i fatti stanno semplicemente ad indicare che gli organi dello Stato non assolvono i propri compiti, non si fanno garanti della vita, dei diritti e della sicurezza dei cittadini. Ma poiché la maggior parte di tali cittadini sono di etnia russa, si profila l’occasione di strumentalizzare il tema speculando sulla «oppressione nazionale dei Russi» e indirizzando la motivata protesta sociale nella forma più primitiva e volgare dei disordini interetnici. Dopodiché, all’occasione ci si può lamentare della ricomparsa del «fascismo russo».

Dobbiamo essere consapevoli di quali rischi e conseguenze sono gravide quelle situazioni che possono degenerare in conflitti etnici e, senza fare sconti per il rango o la qualifica, dobbiamo coerentemente valutare nel modo più rigoroso possibile le azioni o l’inerzia delle forze dell’ordine e delle autorità che fomentano le tensioni interetniche.

Le ricette per risolvere tali problemi non sono poi tante: non assumere posizione rigide di principio; non scadere in affrettate generalizzazioni; esaminare scrupolosamente i termini di ogni questione e tutte le circostanze del caso, equilibrare le pretese delle controparti in ogni singolo caso in cui sia coinvolta la «questione nazionale». Tale processo, salvo circostanze particolari, deve essere aperto al pubblico, perché la mancanza di informazioni trasparenti genera voci di malumore che aggravano la situazione. E proprio su questo punto occorre la massima professionalità e responsabilità da parte dei media.

Ma non vi può essere alcun dialogo in una situazione di disordini e violenza. Nessuno deve subire la benché minima tentazione di «abbattere il potere» su queste o quelle decisioni facendosi forza con la minaccia di disordini. Le nostre forze dell'ordine hanno dimostrato di saper reprimere tali tentativi in modo rapido e deciso.

C’è anche un’altro punto importante: dobbiamo senz’altro sviluppare anche il nostro sistema democratico multipartitico. Proprio adesso stiamo preparando soluzioni volte alla semplificazione e alla liberalizzazione delle procedure di registrazione dei partiti politici. Inoltre, stiamo per realizzare alcune proposte relative all’eleggibilità dei governatori. Tali provvedimenti rappresentano certo dei passi necessari e giusti. Ma non possiamo consentire la creazione di partiti regionali, anche all’interno delle Repubbliche nazionali, perché tali partiti costituirebbero una strada diretta verso il separatismo. Questa importante riserva, naturalmente, deve essere applicata anche rispetto all'elezione dei governatori regionali: chiunque cercasse di fare affidamento su forze e comunità nazionaliste o separatiste dovrebbe essere immediatamente escluso dal processo elettorale nei limiti delle procedure democratiche e giudiziarie.

Il problema migratorio ed il nostro progetto di integrazione

I nostri cittadini sono oggi seriamente preoccupati e persino irritati per via dei grandi costi la migrazione di massa comporta, sia essa proveniente dall’estero che dall’interno dei confini della Federazione Russa. Essi si chiedono inoltre se la creazione dell’Unione Eurasiatica rafforzi o meno i flussi migratori, e quindi se possa condurre all’aumento dei problemi già esistenti. Credo sia opportuno definire chiaramente la nostra posizione in merito.

In primo luogo, è evidente che è nostro compito migliorare la qualità della politica migratoria dello Stato. E siamo intenzionati ad assolvere questo compito.

L'immigrazione clandestina non può essere liquidata completamente, ma certamente può e deve essere ridotta al minimo. A tal fine occorre rafforzare le funzioni di polizia ed i poteri dei servizi di migrazione.

Tuttavia non sarà certo un elementare e meccanico inasprimento della politica migratoria a dare gli effetti sperati. In molti Paesi esso conduce solo ad un aumento della percentuale dell’immigrazione clandestina. Il criterio più importante di valutazione della politica migratoria non è la sua rigidità, bensì la sua efficacia.

A questo proposito dovrebbe essere chiaramente differenziata la politica in relazione alla migrazione legale, sia permanente che temporanea. Ciò, a sua volta, presume l’assunzione di priorità e corsie preferenziali della politica migratoria a favore di persone qualificate, competenti e competitive, portrici di una cultura e di codici comportamentali compatibili. D’altronde, tale «selezione positiva» e la concorrenza per la qualità della migrazione esistono in tutto il mondo. È persino superfluo dire che gli immigrati appartenenti a questa categoria riescono ad integrarsi nella società che li accoglie molto più velocemente e facilmente.

In secondo luogo, la migrazione entro i confini della Federazione Russa cresce in modo esponenziale, le persone vanno a studiare, vivere e lavorare in altri soggetti della Federazione, soprattutto nelle grandi città. Naturalmente, tali persone sono cittadini della Federazione Russa e godono tutti i diritti che questo comporta.

Allo stesso tempo il migrante che giunge in regioni aventi tradizioni storico-culturali diverse dovrebbe rispettare le consuetudini locali, siano esse russe o appartenenti agli altri popoli della Russia. Qualsiasi altro comportamento – inappropriato, aggressivo, provocatorio, irrispettoso – deve incontrare una resistenza legittima e severa, in particolare da parte delle autorità dello Stato, che oggi restano spesso inerti. Occorre verificare se i nostri Codici amministrativo e penale contengano tutte le norme necessarie per un contrasto efficace a tale comportamento. Mi riferisco ad un inasprimento delle leggi, all'introduzione della responsabilità penale per la violazione delle norme sull’immigrazione e dei regolamenti di registrazione. A volte basta un preavvertimento per far rigare diritto. Ma se tale preavvertimento si basa su una effettiva norma di legge, esso risulta senz’altro più efficace, perché viene compreso in modo corretto – non come un parere personale  del singolo poliziotto o del singolo funzionario, bensì come una richiesta di legge che si applica a tutti.

Per la migrazione interna è altrettante importante appoggiarsi ai fondamenti di civiltà. Ciò è altresì necessario per lo sviluppo armonioso delle infrastrutture sociali, della medicina, dell’istruzione, del mercato del lavoro. In tante regioni e metropoli  che attraggono immigrati tali sistemi funzionano al limite delle loro capacità, il che determina una situazione piuttosto difficile sia per gli  «autoctoni» che per i «forestieri».

Penso che occorra inasprire i regolamenti di registrazione e le sanzioni comminate per la loro violazione, fatti salvi naturalmente i diritti costituzionali dei cittadini di scegliere il luogo di residenza.

In terzo luogo, dobbiamo rafforzare il sistema giudiziario ed assicurare l’efficacia del lavoro da parte delle nostre forze dell’ordine. Ciò è indispensabile non solo per l'immigrazione dall’estero, ma nel nostro caso anche per la migrazione interna, in particolare dalle regioni del Caucaso del Nord. Senza tali misure sarà impossibile garantire un arbitrato imparziale tra gli interessi delle diverse comunità (sia della maggioranza ospitante, sia dei migranti) e una gestione avveduta e sicura dei flussi migratori.

L’incompetenza o la corruttibilità dei tribunali e della polizia portano non solo alla frustrazione e alla radicalizzazione degli umori della società ospitante, ma anche a «regolamenti di conti» fuori legge e alla criminalizzazione dell’economia fra gli stessi migranti. Non possiamo tollerare l’esistenza di enclavi nazionali chiuse e totalmente isolate, la cui vita viene regolata non dalle leggi bensì da «consuetudini» illegali di varia natura. Ciò costituisce prima di tutto una violazione dei diritti degli stessi migranti, perpetrata sia dai boss della malavita che dai funzionari corrotti dello Stato.

La criminalità «etnica» vive e cresce proprio sulla corruzione. Dal punto di vista giuridico le bande criminali di tipo clanico, costruite sul principio etnico, non sono migliori delle bande «ordinarie». Nelle nostre condizioni, la criminalità su base etnica non è solo un problema penale, ma anche un problema di sicurezza nazionale che dovrebbe essere affrontato come tale.

In quarto luogo esiste effettivamente un problema di integrazione e socializzazione dei lavoratori migranti. E qui ancora una volta dobbiamo tornare ai problemi dell'educazione. Si tratta non tanto di orientare il sistema educativo verso la risoluzione dei problemi di politica migratoria (che non si può dire sia il compito prioritario della scuola), quanto soprattutto di garantire elevati standard dell’istruzione pubblica in quanto tale.

La capacità di attrazione dell'istruzione e il suo valore è una leva potente, una spinta propulsiva per gli immigrati ad integrarsi nella società, laddove una bassa qualità dell'istruzione provoca invece maggior isolamento e maggiore chiusura nelle comunità di migranti, un’estraneazione che si sviluppa ormai a lungo termine, a livello di generazioni.

Per noi è  importante che i migranti possano adattarsi normalmente alla società. Un requisito elementare per le persone che desiderano vivere e lavorare in Russia è d’altronde la loro volontà di imparare la nostra lingua e familiarizzare con la nostra cultura. A partire dall'anno prossimo occorrerà rendere obbligatori, per l’acquisizione od il rinnovo del status migratorio, gli esami di lingua russa, di  storia russa e letteratura russa, sui principî del nostro Stato e del diritto. La Russia, come altri Paesi civili, è pronta a fornire ai migranti programmi educativi appropriati. In alcuni casi è necessaria anche l’istituzione di corsi di formazione professionale aggiuntivi a spese del datore di lavoro.

E infine, in quinto luogo, abbiamo bisogno di una stretta integrazione nello spazio post-sovietico  come alternativa reale e concreta ai flussi migratori incontrollati.

La motivazione che sta alla base della migrazione di massa, come si è detto in precedenza, è l’enorme disparità nello sviluppo e nelle condizioni di esistenza. È chiaro quindi che la soluzione logica per eliminare i flussi migratori, o quantomeno per ridurli significativamente, sarebbe quella di ridurre tale disparità. A favore di questo lottano innumerevoli attivisti umanitari di sinistra in Occidente. Ma su scala globale, purtroppo, questa posizione ammirevole ed eticamente irreprensibile è evidentemente utopica.

Ad ogni modo non vi sono ostacoli oggettivi per attuare questa logica qui da noi, sul nostro territorio storico. Uno dei compiti più importanti dell’integrazione eurasiatica è la creazione di opportunità di vita migliori e di sviluppo per milioni di persone che su questo territorio vivono e crescono.

Comprendiamo bene che le persone migrano in terre lontane, guadagnandosi da vivere per sé e per le proprie famiglie in condizioni non propriamente civili,  perché nelle loro regioni la vita è troppo dura.

Da questo punto di vista sia i compiti che ci poniamo all'interno del Paese (vale a dire la creazione di una nuova economia e di un’effettiva occupazione, la ricostituzione delle comunità professionali, lo sviluppo sostenibile delle forze produttive e delle infrastrutture sociali in tutto il Paese), sia i compiti dell'integrazione eurasiatica costituiscono gli strumenti fondamentali per stabilizzare i flussi migratori. Da una parte, dobbiamo indirizzare i migranti verso quelle regioni dove con minori probabilità essi potrebbero provocare tensioni sociali. Dall'altra parte, dovremmo operare in modo tale da consentire alle persone di vivere in modo dignitoso nei propri luoghi natii e nelle proprie piccole patrie. Bisogna semplicemente dare alla gente l'opportunità di lavorare e vivere una vita normale a casa, nella propria terra d’origine, possibilità di cui oggi molte persone sono in gran parte private. Nella politica nazionale non vi sono soluzioni semplici, i suoi elementi sono sparsi in tutte le sfere di vita dello Stato e della società, nell’economia, nella sfera sociale, nell’istruzione, nel sistema politico e nella politica estera. Abbiamo necessità di costruire un modello di Stato e di comunità civile con caratteristiche tali da risultare attrattivo ed armonioso per tutti coloro che considerano la Russia come la propria patria.

Abbiamo individuato le linee direttrici da sviluppare in futuro. Sappiamo che la nostra esperienza storica è unica nel suo genere. Godiamo di un forte punto d’appoggio  nella mentalità, nella cultura, nella nostra identità.

Rafforzeremo lo «Stato storico» che abbiamo ereditato dai nostri antenati, lo Stato-Civiltà, che è pienamente in grado di risolvere il problema dell'integrazione di etnie e confessioni diverse.

 

Traduzione dal russo di Daria Kudenko(Associazione Conoscere Eurasia) e Dario Citati(Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie)

 

 


[i] L’epoca dei Torbidi (in russo Smutnoe Vremja) è la denominazione storiografica del periodo di storia russa che va dal 1598 al 1613, il caotico interregno tra la fine della dinastia dei Rjurik e l’insediamento della dinastia dei Romanov. La citazione dello storico russo Vasilij Osipovič Ključevskij (1841-1911) è tratta dalla sua monumentale opera Kurs russkoj istorii (Corso di storia russa) [n.d.t.]

[ii] In russo Slovo o zakone i blagodati. Si tratta di un componimento solenne attribuito, seppur con diverse riserve filologiche, al metropolita Ilarione di Kiev, che l’avrebbe composto intorno al 1050 sotto il regno di Jaroslav il Saggio. L’opera esalta l’evangelizzazione dell’antica Rus’ attraverso una serie di antitesi interpretabili non tanto come irriducibili opposizioni (la Grazia come antitesi alla Legge) bensì piuttosto come inveramento progressivo (la Grazia come compimento della Legge) nel quadro di una visione teologica della storia [n.d.t.]

[iii] In russo Povest’ vremennych let, cronaca di numerosi avvenimenti di storia antico-russa dalle origini sino ai primi decenni del XII secolo [n.d.t.]

[iv] Ivan Aleksandrovič Il’in (1883-1954), filosofo e scrittore, oppositore del comunismo e rappresentante del conservatorismo russo.

[v] Si ritiene qui opportuno rendere alla lettera, con l’inusuale lemma «policulturale», l’originale russo polikul’turnyj, proprio perché il significato è quello di una molteplicità di poli, di nuclei etno-culturali differenti ma radicati da secoli sul territorio della Federazione Russa; in opposizione proprio al concetto di «multiculturalismo» che l’A. ha criticato in precedenza per indicare la tendenziale incompatibilità di culture diverse, venute a contatto in tempi recenti in modo caotico e non legate da un passato storico comune [n.d.t.]