Se la Russia cambia idea sul riscaldamento globale


di Anthony Giddens (sociologo e politologo britannico) (traduzione di Anna Bissanti)

L'ondata di calore e la siccità che hanno provocato tanta devastazione in Russia indurranno le autorità di quel Paese a prendere più seriamente in considerazione il cambiamento del clima? La risposta non e di mero interesse della Russia, ma anche di tutta la comunità internazionale. Dietro a Cina e Stati Uniti, la Russia è il terzo Paese a livello globale a rilasciare nell’atmosfera gas serra in maggio ri quantità.
Fino a tempi molto recenti, l’atteggiamento russo nei confronti della minaccia costituita dal cambiamento del clima era a dir poco sprezzante. Alla conferenza intemazionale del 2003 su questo problema globale, l’allora presidente Putin a proposito del riscaldamento globale disse: «Vorrà dire che noi russi spenderemo meno peri soprabiti di pelliccia!».
La Russia ha sì sottoscritto il Protocollo di Kyoto, ma in un certo senso lo ha fatto con una mossa pressoché impudente di Realpolitik nei confronti di tutti i coinvolti. Gli Stati Uniti, infatti, si erano rifiutati di firmare e i rappresentanti della comunità internazionale tentavano quasi disperatamente di raggiungere in ogni modo il quorum dei firmatari necessario a impedire che l'intero progetto fallisse. ln base all’accordo sottoscritto, si palesò perla Russia la possibilità di entrare a far parte del Wto (World Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio) e di ricevere un’ingente quantità di crediti per le effettive riduzioni di emissioni, anche se queste ultime in realtà dipesero esclusivamente dalla chiusura di impianti industriali ormai obsoleti, diventati per nulla competitivi dopo il 1989.
Molti dirigenti russi credevano davvero che il cambiamento del clima tutto sommato avrebbe costituito un vantaggio per la Russia, che con lo scioglimento dei ghiacci si sarebbero resi accessibili i ricchi giacimenti di minerali nell’Artico, che lungo le coste settentrionali del Paese si sarebbero aperte nuove rotte marittime, che si sarebbe potuta praticare l'agricoltura in molte più aree oggi improduttive. D'altro canto, varare iniziative concrete per ridurre le emissioni ostacolerebbe la crescita economica russa. Le devastazioni di questa estate dovrebbero aver fatto piazza pulita di queste ingenue aspettative, in quanto hanno rappresentato un serio avvertimento di quello che accadrà se non si porrà rimedio al riscaldamento globale. La Russia è oltretutto estremamente vulnerabile nei confronti della crescente frequenza e intensità di fenomeni atmosferici estremi che il cambiamento del clima comporterebbe qualora non fosse tenuto sotto controllo. Quest'anno il Paese ha perduto il 25 per cento della sua produzione di grano. In futuro aumenterà il pericolo di forti inondazioni per le città situate sulla costa, per esempio San Pietroburgo, come pure quello di esondazioni di fiumi, tempeste, scioglimento di ghiacci e molti altri ancora.
In realta, la leadership russa ha iniziato a cambiare atteggiamento prima ancora degli eventi di questa estate: nel 2009 il governo ha sottoscritto un piano per il clima, quantunque esso contenesse ben poche proposte pratiche. Nel periodo immediatamente antecedente al meeting di Copenhagen sul cambiamento del clima il presidente Medvedev ha annunciato che la Russia avrebbe accettato di ridurre le proprie emissioni di biossido di carbonio nella misura del 15-20 per cento rispetto ai valori del 1990, più tardi portati al 20-25 per cento.
Quanti hanno criticato l'atteggiamento della leadership russa non hanno potuto esimersi dal far notare che a quelle più alte percentuali corrisponde di fatto un aumento delle emissioni russe, in quanto quegli obiettivi sarebbero in ogni caso raggiunti per il crollo dell’industria pesante russa. Tuttavia, è innegabile che aver fissato quelle soglie è un segno positivo, in teoria incoraggiante, a riprova della nuova rotta scelta rispetto a quella passata. Medveded ha sottolineato l'importanza di raggiungere una migliore efficienza energetica, argomento di indiscussa rilevanza in Russia se si tiene conto di come l’energia è in verità sprecata.
Varare iniziative concrete per ridurre le emissioni di biossido di carbonio e collaborare con le altre nazioni e con tutta la comunità internazionale potrebbe di fatto promuovere lo sviluppo economico russo, e non inibirlo, e ciò non soltanto a causa dei danni che un cambiamento del clima non tenuto sotto controllo provocherebbe direttamente nel Paese e di riflesso sulle sue prospettive economiche.
Reagire dinamicamente al cambiamento del clima — e più in generale ai problemi della sostenibilità — potrebbe essere uno strumento fondamentale per procedere a quella modernizzazione economica che la leadership stessa persegue.
In futuro, i Paesi che formano la retroguardia in termini di investimenti in tecnologie con bassa emissione di biossido di carbonio e stili di vita poco rispettosi di tale fondamentale parametro molto verosimilmente diverranno sempre meno competitivi dal punto di vista economico. Viceversa, i Paesi maggiormente all’avanguardia, quali Germania, Portogallo, Cina, Corea del Sud, tra gli altri — e in modo quanto mai significativo molti Paesi produttori di petrolio e gas in Medio Oriente — stanno già investendo parecchio in questi settori. La Russia rischia pertanto di essere lasciata ancora più indietro se non si adopererà immediatamente per un concreto cambiamento.
Buona parte del dibattito inerente alle politiche sul cambiamento del clima fino a poco tempo fa verteva sul problema dei costi; di recente, invece, è stata data maggiore rilevanza alle opportunità che esso offre in ogni caso, e a ben vedere, tenuto conto di tutte le considerazioni appena esposte. Laddove si prospettano spese significative, la Russia dovrebbe essere in grado di attirare la collaborazione e la fattiva cooperazione delle altre nazioni e organizzazioni internazionali.
Ipermessi per le emissioni di cui usufruisce la Russia potrebbero essere adoperati proficuamente, predisponendo finanziamenti per una svolta concreta verso politiche più responsabili dal punto di vista ambientale.
A luglio, dopo anni di inerzia, il governo ha finalmente approvato una quindicina di progetti per la produzione di energia pulita per iniziare a utilizzare i propri crediti di anidride carbonica. Il resto della comunità internazionale ha un interesse determinante a limitare i danni che verosimilmente potrebbero essere provocati dagli effetti del riscaldamento globale sulle torbiere russe ghiacciate: sciogliendosi, infatti, esse rilascerebbero ingenti quantità di metano nell'aria, e il metano e un gas serra molto più deleterio e potente dell'anidride carbonica. Seri investimenti dall’estero potrebbero arrecare benefici alla Russia, che sarebbe cosi in grado di mettere a punto pratiche e modalità per tenere sotto controllo questo processo.
Un Paese che finora ha incontrato enormi difficoltà per ridurre e contenere la propria dipendenza dagli introiti derivanti dalla vendita del gas e del petrolio sarà effettivamente capace di realizzare il genere di transizione che intendo, procedendo al contempo alla modernizzazione degli altri settori industriali? Sarà sicu- ramente un banco di prova estremamente arduo, ed essenziale si rivelerà l’aiuto dagli altri Paesi. Quando le temperature torneranno a scendere sarà facile che questo senso di impellenza oggi palpabile si dissolva presto, e ciò nonostante è effettivamente nell’interesse nazionale e strategico della Russia — e non contrario a esso — affrontare la questione del cambiamento del clima con la dovuta serietà e il necessario rigore.
Se le autorita russe riusciranno in questo intento, e saranno altresì in grado di informarne esaustivamente l' opinione pubblica, si riuscirà a fare breccia con successo in quel senso di fatalismo che cosi spesso si presenta in abbinamento alla stasi burocratica e alla corruzione e che, sempre così spesso, preclude al Paese di procedere a una vera innovazione.



"La Repubblica", editoriale del 27/8/2010, pagina 35