Sfogliando la Russia (20). Periodico di segnalazione delle novità editoriali russe a cura di Daniela Barsocchi. Gennaio 2012


Articolo inserito il 06 February 2012


Gianguido Breddo, La Cucina Russa fra Storia e Filosofia, Carlo Zella Editore, 2011, pgg. 169, 24,80 €

Il libro che mi accingo a recensire è di formato grande (23x29 cm) con carta patinata e corredato da bellissime illustrazioni sia di piatti tipici che di manifesti, prevalentemente del periodo sovietico, di tipo propagandistico e soprattutto educativo. Un unico neo: in questo libro così elegante, sono contenuti numerosi errori di stampa. Peccato!
La storia della cucina russa comincia dai piatti degli albori del Medioevo e si viene a sapere che il primo cuoco menzionato in una cronaca visse all’inizio del secolo XI°. Il codice Domostroj composto dalle parole dom (casa) e stroj (ordine, armonia) “è un codice di regole ecclesiastiche che si può considerare il primo libro russo di culinaria in cui sono contenuti gli elenchi dei piatti conosciuti e cucinati a quel tempo in tutto il territorio russo”. E’ interessante notare che a quei tempi chi cucinava era naturalmente la donna ma l’acquisto degli alimenti era compito dell’uomo. La Storia prosegue e, facendo “voli pindarici”, arriviamo al XVI° secolo quando cominciano ad apparire le differenze fra le diverse cucine russe: monastica, rustica e quella regale degli zar. Alla base della cucina monastica vi erano verdure, legumi, erbe e frutta. Quella rustica, la cucina delle persone agiate, prevedeva per il pranzo che era considerato il pasto principale, antipasto freddo, zuppa, secondo di carne, dessert. Le tavole dei boiardi prevedevano fino a 50 portate e quelle degli zar arrivavano a 150-200 portate. Solo nella seconda metà del XVII secolo apparvero in Russia il caffè e soprattutto il tè che poi divenne una delle bevande “nazionali”nella seconda metà del XVII secolo. Per quanto riguarda gli alcolici nel XV secolo apparve la famosa vodka. Un’altra notizia che ci viene data dall’autore e che ci stupisce molto è che la forchetta, apparsa per la prima volta nel 1606, portata da una principessa polacca che sposò lo zar cosiddetto “falso Dimitrij”, non era amata e non fu usata dalle “masse popolari”fino al XX° secolo e che solo con l’introduzione nelle mense delle forchette in alluminio da parte del potere sovietico, se ne diffuse l’uso.
Mi sono resa conto di essermi dilungata molto su i vari argomenti, tuttavia tutti interessanti,del capitolo intitolato “Storia della cucina russa” e quindi per poter dare almeno un’idea di quanto
ricco di argomenti sia il libro sono costretta ad accennare semplicemente ai successivi temi, lasciando agli interessati il piacere della lettura. I capitoli sono così suddivisi:
-Storia della cucina russa
-I fondamenti della cucina russa: il pane, il caviale, la vodka, il tè, il samovar

- Piatti della cucina russa: ricette di antipasti e insalate, primi piatti (zuppe), piatti di mezzo
 piatti caldi, dolci -Piatti della cucina russa: ricette di antipasti e insalate, primi piatti (zuppe), piatti di mezzo piatti caldi, dolci
- Indice delle ricette

-Dizionario di alcuni termini usati nel testo
-Riferimenti storici

-Bibliografia.
Un ultimissimo consiglio per chi non abbia mai assaggiato un piatto tipico russo:chi non potesse andare direttamente in Russia, può provare a realizzare le ricette consigliate. In generale la cucina russa è ottima! Daniela Barsocchi

Elena Čižova, Il tempo delle donne, traduzione di Denise Silvestri, Mondadori, 2011, pgg. 231, 19,50 €

Vincitore del prestigioso Russian Booker Prize nel 2009 e messo in scena, con grande successo, nella passata stagione, al teatro Sovremennik di Mosca, Il tempo delle donne è un romanzo polifonico tutto al femminile, dove gli uomini appaiono solo sullo sfondo, come presenze marginali o dolorosi fantasmi. L’azione si svolge a Leningrado agli inizi degli anni Sessanta quasi interamente nel chiuso di una kommunalka, dove Antonina, giovane ragazza madre, che ha abbandonato la campagna per trasferirsi in città in cerca di un lavoro, coabita con la figlioletta di tre anni, muta, e tre vecchie, Glikerija, Ariadna, Evdokija, che si prendono cura della piccola, mentre Antonina è in fabbrica, e alla quale non è rimasto più nulla, se non l’angosciosa memoria del passato: Non hanno più nessuno. Mariti e figli non ci sono più, sono morti tutti. E di nipoti neanche l’ombra. “Vai pure a lavorare, mi hanno detto. Vuoi che non riusciamo a tirarla su in tre?”. La piccola che porta il nome da “miscredente” di Sjuzanna, e che in segreto viene battezzata Sof’ja dalle tre “nonne”, cresce in questo microcosmo domestico femminile ovattato e rassicurante, dove il tempo è scandito dai piccoli gesti quotidiani (il bucato, i pasti frugali preparati con grandi sacrifici da Antonina con il suo esiguo salario di operaia, i lavori a maglia e di cucito) e dai racconti delle “nonne” che si dipanano infiniti, come i fili dell’ordito delle loro maglie. Riaffiorano i ricordi di un passato doloroso e ancora vivo, fatto di lutti, privazioni, sacrifici, ma anche reminiscenze di affascinanti leggende e credenze misteriose che la piccola Sof’ja ascolta avidamente e trasforma in fantasie oniriche e disegni. Il francese dei racconti della fine e gentile Ariadna s’intreccia con la lingua suggestiva e arcaica della campagna russa di Glikerija ed Evdokija. Dalle voci delle donne emerge una memoria mutilata, spezzata fatta di allusioni, frasi sospese, retaggio di lunghi anni di silenzi e di paure, che apre squarci sul tragico vissuto della Russia nell’epoca zarista, nei giorni della Rivoluzione e dell’assedio e nel periodo staliniano. Le donne protagoniste del romanzo, costrette per necessità a convivere insieme, si confrontano, superando difficoltà e contrasti, per fronteggiare unite con dignità e coraggio la durezza del presente. Alla morte improvvisa della giovane e sfortunata Antonina, le tre nonne, Glikerija, Ariadna ed Evdokija, continueranno a occuparsi dell’educazione della piccola Sof’ja, sottraendola all’orfanotrofio e restandole vicine finché non sarà cresciuta.
Romanzo tragico e poetico, in parte autobiografico, e di risarcimento per coloro che hanno vissuto tempi tanto difficili; “scritto per i morti e per Dio”, come dichiara Elena Čižova in un’intervista, raccontando di essere cresciuta in una famiglia dove “la bisnonna e la mamma, bevendo il tè a colazione, anziché parlare del bucato da fare o della spesa, raccontavano della guerra e delle privazioni patite; racconti che erano il costante e doloroso Leitmotiv della mia infanzia. Ma se oggi sono riuscita a restituire attraverso la scrittura l’esperienza di quel dolore, la cosa non può che rendermi felice”. Nadia Cicognini

E .....suggerimenti per chi vuole saperne di più sulla Russia, da altri punti di vista

Aldo Ferrari In cerca di un regno: profezia, nobiltà’ e monarchia in Armenia tra settecento e ottocento, Mimesis Edizioni, 2011, pgg, 286, 18,00 €

Aldo Ferrari, esperto di lingua e letteratura armena e di storia del Caucaso, è autore di numerosi testi sulla vicenda millenaria e travagliata del popolo armeno, il cui fascino, che emerge anche durante la lettura di quest’opera, invita il lettore ad approfondire la conoscenza dell’argomento. L’autore ci introduce nel periodo tra l’inizio del XVIII e la metà del XIX secolo in cui gli armeni tentano di liberarsi del dominio musulmano di turchi e persiani e di rifondare un proprio Regno indipendente, prima rivolgendosi all’Europa cattolica, quindi alla Russia ortodossa, dopo che per secoli la loro esistenza si era svolta in condizioni di insicurezza e discriminazione. Terra di origine antichissima, l’Armenia storica fu il primo paese della regione del Caucaso del sud a convertitisi al Cristianesimo nel 301 d.C. Divisa tra l’Impero romano e quello persiano, poi conquistata dagli Arabi, fu terreno di sanguinose rivolte e cruente repressioni fino a perdere definitivamente alla fine del XI secolo la propria indipendenza. Lo studio dimostra come la sopravvivenza nel corso dei secoli delle tradizionali strutture politiche ed economiche armene e di una classe nobiliare capace di organizzarsi militarmente sembrò poter costituire nel 1700/1800 il presupposto per la liberazione dell’Armenia dal secolare dominio mussulmano e per la ricostituzione di un regno nazionale.
A partire dai primi anni del 1700 diversi esponenti della nobiltà armena del Caucaso Meridionale promossero a questo fine una sorta di politica estera che mirava ad ottenere l’appoggio prima dell’Europa e poi della Russia Cristiana, la cui potenza crescente iniziava a rivolgersi verso i territori del Caucaso. Questo progetto corrispondeva agli interessi delle élites armene tradizionali di quell’epoca, ma riecheggiava anche elementi culturali molto antichi riconducibili al concetto di “messianesimo armeno”: l’attesa apocalittica di essere liberati da parte dell’Europa Cristiana (Bizantini, Crociati e Russi) da una sempre più dolorosa situazione storica.Furono soprattutto i discendenti dell’antica nobiltà e del clero dei territori semi-indipendenti dell’Armenia storica nord- orientale (Larabal e Lap’an) a tenere le fila di un progetto politico che, sulla base anche di antiche profezie, prevedeva la costituzione di un regno sotto la protezione russa. I capi carismatici erano chiamati melik’ (che in arabo significava re). Questi quadri politici e militari ben strutturati, bellicosi e con un forte senso dell’onore interagivano con la Chiesa armena, che da secoli costituiva la principale struttura culturale e politica, e con la ricca borghesia commerciale che con la diaspora si era diffusa dall’India all’Europa.
Ispirata anche da un’antica profezia secondo la quale la Casa di Moscovia avrebbe liberato i cristiani del Regno d’Armenia, la speranza nella spedizione caucasica di Pietro il Grande (1722), accompagnata da una notevole mobilitazione bellica delle regioni del nord-est dell’Armenia, venne disattesa. comunità armene di ricchi mercanti dell’India (la città di Madras) che facevano affidamento su tutti gli armeni patriottici, anche quelli dell’impero ottomano.
Anche la guerra russo-ottomana degli anni 1768-74 durante il Regno di Caterina II suscitò ancora grandi speranze. I melik’ e le autorità ecclesiali armene continuarono ad essere un valido sostegno della Russia nella guerra contro la Persia e all’inizio delll’800 sotto Nicola I nella conquista zarista dell’Armenia orientale. La delusione politica che seguì a queste imprese sarebbe stata mitigata almeno in parte dalla concessione del diritto degli armeni di Turchia e Persia di trasferirsi nell’impero russo.
E’ interessante notare che la nobiltà armena per aver svolto ruoli importanti nel Caucaso, nella guerra di Crimea e durante la prima Guerra Mondiale, ebbe all’interno dell’impero russo un numero molto elevato di ufficiali che raggiunsero anche posizioni di grande rilievo, testimonianza del rapporto complessivamente positivo tra queste popolazioni e l’impero zarista. Questo fatto contrasta con la convinzione che la partecipazione degli armeni alla vita dell’impero russo fosse solo di natura culturale, commerciale e poi industriale, secondo il modello dei gruppi mobili della diaspora. Concludendo, anche se le aspirazioni armene alla fine sono state disattese, l’incontro tra l’espansionismo degli zar e il progetto di un regno armeno rinnovato è stato quanto mai importante per aver creato i presupposti storici della nascita dell’odierna Repubblica Armena. Silvia Croce